martedì, gennaio 31, 2006

domani ho turno in ambulanza diamine



Il gruppetto stava scendendo le lunghe scale che conducevano all’uscita; la cena era stata più che soddisfacente. Certo, il primo non era all’altezza delle aspettative, ma per quel prezzo irrisorio chiunque sarebbe stato disposto a chiudere un occhio. Alberto diede ancora uno sguardo a Giovanna, era veramente splendida ed anche bardata dal freddo si riusciva comunque ad intuire il magnifico corpo che la sciarpa e le cianfrusaglie varie non riuscivano a celare.
Alberto, volutamente, arretrò rispetto al gruppo di amici e con suo enorme piacere anche lei fece lo stesso. Lontani dal resto del gruppo cominciarono subito a discutere di cose più confidenziali. Anche lui le piaceva, ma intendeva metterlo alla prova, voleva capire fin dove era disposto ad arrivare in una possibile relazione. Era divertente e simpatico ed anche l’aspetto non poteva dispiacere. Piano piano si isolarono completamente dal resto del gruppo a lui venne in mente di portarla in un locale poco lontano, molto carino e molto intimo, forse la musica era troppo invadente, ma nel suo piano non era previsto l’uso di troppe parole. Propose e lei accettò senza nemmeno pensarci. La situazione prometteva bene.
Le circondò i fianchi con il braccio e lei si strinse a lui; faceva freddo, ma non troppo.
Il dialogo era banale, ma spigliato; c’era sintonia, lo sapevano entrambi e nel primo istante di silenzio i loro volti non erano più lontani di pochi centimetri, non si capiva come fosse stato possibile, ma si stavano già baciando prima di poterselo chiedere. Entrambi si sentivano felici e fortunati, si erano conosciuti solo poco prima ed era già come se si fossero amati da sempre, solo che nessuno dei due se ne era mai reso conto.
Un rumore sordo e consumato infranse quel attimo infinito; lui aprì gli occhi e vide solamente luce.
Lo zippo argentato scattò due volte prima di produrre una piccola fiamma, nessuno ricordava l’ultima volta che della benzina era stata introdotta al suo interno. Entrambi si accesero una sigaretta, non parlavano, fumavano semplicemente con gesti automatici, era l’unica occupazione del momento, l’unico pensiero; il fine era di finire la sigaretta, nient’altro. Il terzo ragazzo uscì dai container e si rivolse agli altri “Siamo in gioco ed il gioco è rosso”. La notizia non infranse nemmeno per un attimo la noia dell’esistenza e mentre salivano sull’ambulanza decisero che non era il caso di sprecare due ottime sigarette. Il ragazzo appena tornato al freddo invernale fece il giro del mezzo e si sistemò davanti, come sempre. Il guidatore strinse ben bene la sigaretta tra i denti mentre si infilava con cura i guanti di lattice sulle mani martoriate; il suo collega, invece, era già dietro a controllare l’attrezzatura. L’ambulanza fece manovra ed uscì nel viale immettendosi nel traffico delle ventidue, cioè nessun traffico. Per quanto l’atmosfera e le azioni all’interno della ambulanza fossero lente e flemmatiche il veicolo era già oltre i centoventi chilometri orari.
Il paesaggio era devastato da un inverno troppo rigido anche per l’asfalto ed il cielo coperto di nuvole era completamente immobile. Funkytown usciva dai potenti altoparlanti confondendosi con la sirena e scontrandosi violentemente con il triste contesto circostante. L’equipaggio era in rigoroso silenzio ed ormai mezza sigaretta era già passata all’atmosfera. Il ragazzo con il cappello seduto accanto all'autista aveva appena finito di compilare gli ormai familiari moduli quando arrivarono sul campo. Il primo a scendere fu il medico dietro e la sua prima azione fu quella di buttare il filtro bruciacchiato sull'asfalto bagnato che ricordava che la pioggia aveva solo preso qualche ora di tregua; faceva freddo, ma non troppo.
Un gruppetto di ragazzi si trovava nell'angolo della strada. Dalla loro espressione sembravano tutti intontiti, ma il sembrare divenne certezza quando una ragazza si girò verso il muro ed iniziò a vomitare con violenza. Sul suolo umido c'erano due corpi inermi, uno urlava a squarciagola. I tre si avvicinarono; l'autista ed il ragazzo col cappello andarono dalla ragazza che aveva conservato la facoltà di urlare, il medico avvicinò il volto sul torace dell'altro mentre con mani esperte stava già controllando il battito. Il ragazzo col cappello non potè fare a meno di notare che la ragazza era una gran bella ragazza se le sue ossa fossero ancora contenute nel suo corpo e non lasciate in balia del gelido vento. "Quando urlano mi sembrano tutte uguali" esordì l'autista, il ragazzo fece cenno con la testa non troppo convinto, la stava già sistemando per caricarla. "A questo qui non serve un ambulanza" disse il medico senza smettere di pensare al pacchetto vuoto delle sue sigarette.